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Paul Newman ed il Biliardo

“Lo Spaccone”

Rimasto nella memoria degli spettatori soprattutto per il sagace ritratto del mondo del biliardo made in USA, che è al contempo anche una critica severa dei falsi miti americani, “Lo Spaccone” è – come chiaramente preannunciato dal titolo – il ritratto di un giocatore professionista di biliardo così ossessionato dalla vittoria da divenirne vittima.

Newman interpreta Eddie Falson, un giocatore di grande – ma assolutamente inespresso – talento, un uomo senza carattere, dedito al bere e spaccone, che però un giorno incontra una ragazza, con un vissuto simile al suo, di cui si innamora ed un manager, cinico e senza scrupoli, che lo porta sui tavoli che contano.

Ma se non ci fosse tragica sconfitta non vi sarebbe trama, così inevitabilmente Eddie perde la partita cruciale, entra in una spirale autodistruttiva che lo porta a toccare il fondo, sino addirittura a veder morire suicida il proprio amore, prima di potersi riscattare – da eroe epico – e vincere finalmente la “grande partita”.

Hollywood è sempre Hollywood

Questo di Newman è un ruolo da eroe – solo parzialmente – maledetto. Newman interpreta infatti un personaggio cinico con un rapporto difficile con le donne e sempre in contrasto con l’autorità perché in realtà è un debole dalla parte dei deboli, un ruolo questo che, nel corso degli anni a venire, avrebbe interpretato spesso. Il ruolo dell’eroe negativo incarnato da personaggi individualisti, scontrosi e spesso anche un poco antipatici, che però tanto piacevano al pubblico di allora.

Adattato al grande schermo dal romanzo The Hustler (1958) di Walter Tevis, nonostante le candidature agli Oscar quale miglior film, per la regia, per la sceneggiatura, per la fotografia “Lo Spaccone” non incontrò mai il favore di Hollywood, ed infatti vinse soltanto per la categoria fotografia, con il veterano Eugen Schüfftan, e per la sceneggiatura, con Harry Horner e Gene Callahan.

Il colore dei soldi

Eddie è, e resterà nell’immaginario collettivo, l’icona indiscussa del biliardo.

Tanto è vero che, ben 25 anni dopo, Martin Scorsese – non proprio un regista qualsiasi – chiamerà Paul Newman a interpretare lo stesso personaggio ne Il colore dei soldi (1986).

Tuttavia, e nonostante le buone premesse, il film si rivelerà un’operazione decisamente mal riuscita, valida solo perché valse a Newman un Oscar “riparatore”.

Eddie Nelson che ha abbandonato completamente la stecca conosce, una sera come tante in una sala da gioco come altre, il borioso Vincent Lauria (Tom Cruise) e la fidanzata Carmen (Mary Elizabeth Mastrantonio).

basso profilo, falsa modestia, effetto sorpresa

Vincent è un professionista che gira l’America con la fidanzata Carmen (Mary Elizabeth Mastrantonio) e che tanto gli ricorda il suo passato.

Nasce un sodalizio: Eddie – il vecchio – insegna al giovane emergente – Vincent – i segreti del mestiere: basso profilo, falsa modestia, effetto sorpresa, capacità di osservazione e interpretazione delle mosse umane ma anche i trucchi più subdoli per attirare i “polli da spennare”.

Tutta la prima parte del film – piuttosto lenta – è dedicata al racconto dell’alleanza tra Eddie e Carmen, finalizzata a sommare al talento sportivo di Vincent la loro furbizia ed il loro spirito “intraprendente”.

Il triangolo solidale e vincente si spezza quando Eddie si trasforma in Vincent – e ritrova sé stesso nell’agone sportivo – e Vincent comincia a comportarsi come Eddie. In realtà Eddie e Vincent sono la stessa persona, in diverse fasi della vita, così come il film risulta lo specchio fedelissimo di un decennio e di un’America che senza più punti di riferimento tenta la fortuna.

Una storia mediocre solamente in parte salvata dall’abilità di Scorsese che fa sì le partite – lente e noiose – vengano vivacizzate da sagaci espedienti tecnici, da panoramiche, grandangoli, velocissime carrellate, e riflessi rivelatori su una palla scura, nonché dalla scelta della colonna sonora che da un lato racconta gli anni ’80 con il pop di Phil Collins e Robert Palmer e dall’altro gli contrappone il sound vellutato di Gil Evans, Eric Clapton e Mark Knopfler, fino al didascalico “Va’ Pensiero” di Verdi.

Scorsese

Scorsese disse di essersi ispirato a “Il sorpasso” ma ne “il colore dei soldi”  del road movie di Dino Risi manca l’arguto ritratto sociale, mancano quei brevi spaccati dal taglio quasi documentaristico – come la festa paesana nel grossetano, o l’assalto alla corriera per Roma a Civitavecchia – quei ritratti di vita reale che strizzano l’occhio al cinema neorealista dei due decenni precedenti; del mitico road movie gli mancano il contesto di spensieratezza, di sicurezza al limite della spavalderia che aleggia non solamente ne il personaggio di Bruno Cortona (Vittorio Gassman) ma si insinua nelle pieghe della società e di qualsiasi rapporto interpersonale, in un’Italia esaltata negli anni del cosiddetto miracolo economico.

Ma soprattutto manca la conclusione, il messaggio risolutivo, la firma: perché Scorsese propone un finale aperto, nel quale il protagonista è pronto a tornare in gioco con la solida convinzione alla Arthur Bloch – dell’America in crisi della metà degli ottanta – che nessuna pianificazione, per quanto attenta, potrà mai sostituire una bella botta di culo.

La redazione di Lega Biliardo

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